Akira
Kurosawa
(Tokyo
1910). È il maggiore della generazione succeduta a K. Mizoguchi
e a Y. Ozu e anche il più noto in Italia, dopo che il Leone d'oro
veneziano a Rashomon (1950) lo ebbe rivelato all'Occidente,
nel 1951, insieme con il cinema del suo Paese. Ma il regista lavorava
già da un decennio e si era posto in luce quale preciso e, all'occorrenza,
polemico indagatore dei drammi del dopoguerra e del problema della
dignità e felicità dell'essere umano con Gli uomini che camminano
sulla coda della tigre (1945), Non rimpiango la mia giovinezza
(1946), L'angelo ubriaco (1948). Quest'ultimo, interpretato da
Toshiro Mifune, l'attore che lo avrebbe accompagnato con pochissime
assenze fino al 1965, fu il migliore dei film sull'attualità,
premessa magnifica al capolavoro del 1952, Ikiru (Vivere). Altre
due tendenze si intrecciarono al filone contemporaneo: quella
in costume che, tra Rashomon e La fortezza nascosta (1958), toccò
l'apogeo con I sette
samurai (1954); quella letteraria, che predilesse gli scrittori
russi trasponendoli in epoca moderna (L'idiota, 1951, da Dostoevskij)
o feudale (I bassifondi, 1958, da Gorkij); il regista si ispirò
anche a Shakespeare (Il trono di sangue, 1957, dal Macbeth). Cineasta
prestigioso, Kurosawa assimilò molte esperienze del cinema occidentale,
dall'espressionismo tedesco al neorealismo italiano, e soprattutto
del film d'azione hollywoodiano. Tale occidentalismo, però, da
Testimonianza di un essere vivente (1955) a Barbarossa (1965),
venne posto al servizio di un generoso, vibrante umanesimo. Dopo
aver fallito, alla fine degli anni Sessanta, ogni tentativo di
lavorare con gli Americani, nel 1970 uscì da un quinquennio di
silenzio realizzando il suo primo film a colori: Dodes'ka-dèn.
L'opera venne accolta male dalla critica e malissimo dal pubblico,
provocando una grave crisi nel regista. Kurosawa dovette rivolgersi
altrove, ossia in U.R.S.S., per ritrovare fiducia. Dersu Uzala
(1975), ispirato ai diari di viaggio dell'esploratore russo K.
V. Arsenev, è il lirico ritratto di un uomo (impersonato in modo
indimenticabile da Maksim Munzuk) che, vivendo e cacciando nella
foresta, ne percepisce ogni fremito, ogni vibrazione e, attribuendo
a ogni cosa o animale un'anima, è diventato egli stesso natura;
questo film gli consentì di riconquistare il plauso internazionale.
Lo stesso successo avrebbe ottenuto con Kagemusha (1980), che
girò in patria con l'aiuto finanziario degli americani Coppola
e Lucas. Nel 1985 ha girato Ran, film-samurai ispirato al Re Lear,
di straordinaria bellezza visiva, seguito da Sogni (1989) , anche
questo finanziato da Coppola, da Rapsodia d'agosto (1990), in
cui ha rivisitato l'incubo di Nagasaki nell'inconscio giapponese
e da Madadayo (1993) .
Bibliografia
J. Leyda, The Films of Kurosawa, in «Sight and Sound», 22, Londra,
1954; Autori Vari, Akira Kurosawa, in «Ètudes cinématographiques»,
30--31, Parigi, 1964; S. Ezratty, Kurosawa, Parigi, 1964; T. Ranieri,
I sette samurai, Padova, 1969; M. Mesnil, Akira Kurosawa, Parigi,
1973; A. Tassone, Akira Kurosawa, Firenze, 1981.
RASHOMON
(1950)
di Akira Kurosawa. Un fatto di cronaca nera del profondo Medioevo
feudale è fuso con una ricerca di verità, scandita sul relativismo
pirandelliano (del fatto si danno quattro versioni) e su una musica
di bolero. L'uso magistrale della tecnica del flashback, la violenza
stilistica, la recitazione concertata e avviluppante (Masayuki
Mori, Machiko Kyo, Toshiro Mifune), per un giallo allusivo alle
condizioni del Giappone moderno frustrato dalla sconfitta, richiamarono
l'attenzione dell'Occidente su una cinematografia quasi sconosciuta
(il film vinse il Leone d'oro alla Mostra di Venezia nel 1951).
I
SETTE SAMURAI
(Shichinin
no samurai),(1954) di Akira Kurosawa. Ambientata nel sec. XVI,
la vicenda narra come samurai, rimasti senza signore, si mettano
al servizio di un villaggio di contadini per difenderlo contro
gli attacchi di una banda di predoni. In un affresco epico ritmato
come un western (e che come tale fu rifatto a Hollywood nel 1960:
I magnifici sette), l'armamentario tecnico imponente non frenava
lo spettacolo, ma ne accresceva il dinamismo. L'uso di parecchie
cineprese contemporaneamente, del teleobiettivo, del panfocus,
del rallentato e del flou, contribuiva a esprimere insieme la
violenza delle battaglie e l'intimità dei combattenti, spesso
avvicinati in primo piano. Da tale contrasto incessante, orchestrato
con felice padronanza, sgorgava alla fine, con naturalezza, l'umanesimo:
un sincero messaggio di pace dopo gli innumerevoli scontri tra
banditi predoni e samurai disoccupati. In mezzo le vittime, i
contadini; per Kurosawa, i veri vincitori. L'edizione originale
di oltre tre ore è stata abbondantemente ridotta in Italia.
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