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GIARDINI ::
L'atteggiamento
verso la Natura
E'
affermazione ripetuta che il popolo giapponese sia vicino
alla Natura, attento alle sue manifestazioni scandite nel
tempo, proteso nello sforzo di carpirne l'intima essenza.
C'è però da dire che più che vicino alla Natura, esso se ne
sente parte integrante, riconoscendo nell'animo umano una
componente "naturale", che non è altro che il diretto prosieguo
dell'ambiente che circonda l'uomo. Il culto giapponese per
la natura ha radici antiche, che addirittura affondano nell'alba
della storia nipponica, quando al mito si sostituiscono le
prime fonti documentate. Il mondo fenomenico naturale era
sentito come una componente potente e sublime, meravigliosa
e terribile, ed ancora oggi costituisce la base della religione
autoctona del Giappone, lo Shintoismo. Tale credo religioso
attribuisce un'anima ad ogni manifestazione naturale, sia
essa un elemento sensibile, come una roccia o una pianta,
oppure un evento transitorio, quale un acquazzone od un'alba.
Questi "spiriti" vengono definiti Kami, talvolta non
benevoli, richiedono una particolare venerazione in virtù
del loro carattere superiore, ma non trascendente. Già attorno
al IV secolo nei boschi vennero costruiti dei santuari dedicati
a diversi Dei, riconoscendo in tal modo alcune località come
più adatte al culto animistico ed indicando l'inizio dell'
area consacrata mediante un Torii, ovvero un grande
portale, solitamente in legno. Tra il IX ed il XII secolo
tali santuari furono integrati da templi buddisti, che però
non si sostituirono prepotentemente alla precedente architettura,
bensì, nel più puro stile nipponico, cercarono di fondersi
rispettosamente tra le opere artistiche e il paesaggio naturale
preesistente. Di fronte al divenire biologico della natura
l'uomo prende coscienza della temporalità, del proprio carattere
effimero, ma non se ne cruccia, anzi lo trasforma in una "conditio
sine qua non" del godimento terreno. L'amore per la natura
ne vuole dunque esaltata la bellezza, ed è forse a tale fine
che si deve la perfezione raggiunta dall'arte della disposizione
floreale, l'Ikebana, che conosce il suo apogeo nel periodo
Momoyama. Ancora oggi, nonostante la progressiva evoluzione
e la scissione in varie scuole, i tre elementi vegetali fondamentali
dell'Ikebana rappresentano il Cielo (Shin), l'Uomo
(So) e la Terra (Gyo), combinati in un insieme armonioso
dove i rami e i fiori, sebbene recisi, non perdono la loro
vitali
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| Torii
di fronte all'isola di Miyajima |
Esempio
di integazione tra costruzione e
giardino nella Villa di Katsura |
L'evoluzione del senso estetico
Per
meglio comprendere l'origine e l'unicità del gusto estetico
giapponese, quale ancora oggi lo ritroviamo nelle realizzazioni
di molte forme artistiche, come quella del giardino, diviene
utile considerare in retrospettiva storico-culturale l'evoluzione
che esso ha compiuto in corrispondenza sia di cicliche influenze
straniere, sia di mutamenti significativi della storia interna.
Come ogni popolo, anche il Giappone è stato caratterizzato
da fenomeni di moda e costume, con la particolarità che in
questo Paese si sono evoluti in maniera autonoma ed isolata
per lungo tempo, senza influenze straniere. Quando poi tali
influenze si sono affacciate al panorama sociale e culturale
nipponico, si sono da principio prontamente diffuse, salvo
poi essere selettivamente integrate, modificandole però, quasi
al di là del riconoscibile, sino a farle rinascere ad un carattere
più autonomo e più consono alle tradizioni precedenti ed al
gusto tipicamente giapponese. Si possono quindi identificare
le varie tipologie di sentimenti estetici avvicendatesi nei
vari periodi storici, per tentare di penetrare più profondamente
il gusto che ha portato alla creazione dei fatti artistici
concreti. L'ideale estetico del periodo Nara (710-794)
si riassume nel termine "Makoto", che letteralmente
vuol dire "sincerità", ed esprime la spontaneità e l'intensità
di un sentimento, suscitato dalla visione del bello così come
esso appare, senza mediazioni intellettuali o emozionali soggettive.
E' l'atmosfera dominante del Manyoshu, un'antologia
di poeti d'eterogenea estrazione sociale ma di comune gusto
artistico, considerata la maggiore opera letteraria del periodo.
La preferenza per una semplicità schietta e disadorna non
cesserà, con le dovute trasformazioni, di influenzare anche
le epoche successive.
Nel periodo Heian (794-1186) l'ideale estetico si esprime
invece nel "Mono no Aware", che indicativamente si
può tradurre con "commozione, sentimento ispirato dalle cose".
Si riferisce evidentemente al trasporto emotivo dell'uomo,
che desidera vivere in stretta comunione con il mondo sensibile,
per carpirne i segreti dell'anima. Tale sentimento sfocia
spesso in una delusa malinconia, che non di rado si compiace
di sé stessa, dovuta all' incapacità di raggiungere una bellezza
intuita ed anelata, al percepire il pathos dello splendido
mondo naturale, struggendosi di fronte alla sua incontrovertibile
transitorietà. Contemporaneamente, in quest'epoca si sviluppa
anche il concetto di "Miyabi ", "eleganza raffinata",
eleganza dovuta alla possibilità da parte della classe aristocratica
di coltivare il gusto, fino a farlo divenire estremamente
sofisticato. Regole estetiche ben definite sono ora applicate
ad ogni aspetto della vita, condizionando fino al più minuto
dettaglio le azioni quotidiane dei cortigiani, educati ad
apprezzare più le doti artistiche che i valori etici. In epoca
medioevale l'amore per l'eleganza diventerà l'aspirazione
tradizionale dei guerrieri, quando il Miyabi si trasforma
in "Yugen", ovvero il "mistero della profondità", dove
l'individuo scompare, ed il centro del divenire è ora il mondo
circostante, maggiormente degno d'attenzione. Se la splendente
epoca Heian apprezzava tutto ciò che era nuovo e fresco, tutta
l'era feudale predilige ciò che è antico, incompleto. Vede
tra i suoi canoni estetici una bellezza tranquilla, quasi
dimessa, che offre un'apparenza d'antico e di rustico (ideale
di "Wabi"). Particolare importanza riveste anche il
concetto di "Sabi ", in altre parole la patina che
il tempo regala alle cose, come il muschio che ricopre le
rocce.
Un'altra importante tappa dell'evoluzione artistica è caratterizzata
dall'introduzione della cerimonia del The, che, verso il XV
secolo, con il gran maestro Sen no Rikyu, era diventata
un'autentica disciplina Zen, esercitata per allontanarsi dalle
cure mondane, e quindi esigeva un ambiente architettonico
ed artistico circostante adeguatamente naturale, semplice
e sobrio, in linea con i più puri canoni Zen, giardino compreso.
Si ebbe quindi la nascita di un'architettura specializzata,
dove la Sukiya, la casa del the, enfatizza le qualità
del Wabi e del Sabi, introducendo al contempo il concetto
di Shibumi, " sobrietà ", che vuole la raffinatezza
celata sotto dimesse apparenze. L'arte del The rappresenta
la sintesi dei migliori esiti artistici dei periodi Muromachi
(1338-1573) e Momoyama (1573-1600): la nascita
del giardino del the n'è solo un esempio, ma lascia sul mondo
giapponese peculiari aspetti ancor oggi rintracciabili.
Dall'origine all'Età Aristocratica
L'origine
del giardino giapponese si può far risalire al Periodo
Kofun (300-552 d.C.), detto anche periodo dei Tumuli,
data l'usanza di seppellire i nobili in giganteschi tumuli
di terra, ricoperti oggi da fitta vegetazione, circondati
da un fossato. Naturalmente in questo caso l'accezione del
termine "giardino" non è quella attuale, ma va inteso come
sistemazione del territorio, in una forma concettualmente
vicina a quella del giardino collinoso, lo Tsukiyama
Sansui. Secondo quanto spiega Teiji Ito, ancora
oggi in giapponese "giardino" viene indicato con il termine
"Niwa", in riferimento al giardino anticamente dedicato ai
riti Shinto, detto Yuniwa, ed a quello usato per le
cerimonie, l'Oniwa.
Verso l'inizio del VI secolo, con la scissione dei poteri
politico e religioso, lo Yuniwa sopravvisse solo accanto ai
templi, mentre le caratteristiche dell'Oniwa cambiarono costantemente.
Uno dei più famosi esempi di Yuniwa è quello del tempio di
Ise, originariamente del VII secolo ma ricostruito
ogni 20 anni per mantenerne intatta la freschezza, immerso
nella foresta, in cui si aprono degli spazi di ghiaia fiancheggiati
dalla presenza del Sakaki (Cleyera Japonica). Già dal IV secolo
i giapponesi iniziarono ad avere contatti con il continente,
ed i pellegrini al loro ritorno portavano in patria le impressioni
ricavate dalla visione di altri paesaggi, rimanendo particolarmente
affascinati dal mare e dalle zone costiere continentali, il
che spiega l'atmosfera marittima degli Oniwa del tempo. Tale
circostanza spiega anche perché il giardino allora assunse
il nome di "Shima", che letteralmente vuol dire "Isola", appellativo
destinato a sopravvivere anche nei successivi periodi di Nara
ed Heian.
Lo stesso Nihonshoki, una cronaca storica del
720, fa riferimento al Ministro Soga no Umako, chiamandolo
"signore dell'isola", data la grandezza e la bellezza del
suo giardino, oramai scomparso. Sia in Cina che in Corea esistevano
validi artigiani, che emigrando in Giappone portarono con
loro le alte conoscenze artistiche che possedevano. Se, nei
giardini del continente la tipica collinetta rappresentava
il monte Sumeru, ritenuto il centro dell'universo buddista,
l'isola proveniva invece dalla tradizione taoista, che tra
le sue leggende vantava anche quella dell'esistenza dell'
"isola dei beati", ribattezzata dai giapponesi "Horai":infatti
l'introduzione del buddismo in Giappone, avvenuta nel 538
attraverso il re coreano Paekche, aveva portato con sé il
costume di porre nel giardino piccoli laghi con isole e collinette
artificiali. L'epoca di Nara è pregna della cultura cinese,
non solo per quanto riguarda il buddismo, ma anche per l'umanesimo
confuciano e l'amore per le belle arti. Mentre il giardino
delle abitazioni confuciane è di tipo paesaggistico, in cui
per riprodurre la compagine naturale sono presenti anche animali,
uccelli e pesci, le abitazioni riflettono il simmetrico stile
cinese, come ci riferisce il Manyoshu.
Tuttavia, con il passare del tempo, i giapponesi inizieranno
a filtrare gli influssi esterni, per mantenere solo ciò che
è loro più consono. Ne è un esempio lo stile architettonico
Shinden, usato per le case dell'aristocrazia del Periodo
Heian, che riesce a combinare armoniosamente elementi
cinesi e giapponesi. In questi edifici ogni stanza è una costruzione
staccata dal suolo, separata dalle altre, ma unita da una
serie di camminamenti coperti; i tetti sono ottenuti con tipiche
scaglie di corteccia di conifera e le ripartizioni interne
sono di legno dipinto. Lo stile dell'abitazione Shinden è
piuttosto statico, e concede un'ampia visione dei giardini
che si aprono sul lato meridionale. Purtroppo, di tali giardini
ed abitazioni poco o nulla è rimasto, ma i giardini imperiali
del palazzo di Kyoto sono una riproduzione abbastanza fedele,
in grado di restituire l'atmosfera del tempo.
Lo stile della costruzione antistante lo Shishinden,
la sala delle cerimonie, conservava la sacralità dello Yuniwa,
come quello di Ise, ovvero di un territorio purificato, data
la posizione dell'Imperatore, venerato quale incarnazione
divina. Il cortile di fronte alla veranda meridionale dello
Shishinden è interamente ricoperto di ghiaia bianca, e gli
unici elementi vegetali sono un arancio ad ovest ed un ciliegio
ad est della scala d'accesso all'edificio. Analogamente davanti
al Seryoden, la residenza dell'Imperatore, le uniche
piante sono due cespugli di bambù ai lati della distesa di
ghiaia, mentre il cortile ad ovest è caratterizzato da cespugli
di Lespedeza, che in Giappone si chiama Hagi, i quali hanno
valso a tale spazio il nome di Hagitsubo.
Oggi la Lespedeza viene recisa alla radice ogni autunno, perché
spunti il verde fresco in primavera, ma ai tempi del Genji
Monogatari era lasciata alla sua forma naturale, come testimoniano
i dipinti di allora. Il giardino dedicato al diletto dei nobili
Heian offriva senza dubbio un'atmosfera meno austera, estendendosi
a sud del padiglione principale; possedeva uno stagno, spesso
di ragguardevoli dimensioni, in cui erano presenti da una
a tre isole, di cui la più grande, Nakajima, situata
verso la casa, era collegata al cortile da un ponte ad arco
dipinto in rosso vivo, mentre le altre erano collegate tra
loro mediante ponticelli piatti. Non mancavano piccoli chioschi
e padiglioni sulle rive dello stagno, dove la raffinata e
decadente società nobiliare poteva pescare, suonare o poetare
al chiaro di luna. Il Laghetto era alimentato da un ruscello
(Yarimizu), che nascendo a nord-est passava sotto l'edificio
e poteva, con una ramificazione, originare una cascata.
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Un
esempio di ponticello basso
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Un
ponte coperto
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Se inizialmente il giardino paesistico era costruito secondo
i canoni geometrici cinesi, rispettando i principi dei contrasti
taoisti e la razionalità confuciana, in epoca Heian, probabilmente
in concomitanza con la chiusura storica del paese agli influssi
culturali del continente, si sviluppa la moda della riproduzione
in piccolo di ambienti nazionali particolarmente famosi per
la loro bellezza; ai contrasti si preferisce l'armonia, alla
geometria si preferisce l'asimmetria, il gusto estetico del
creatore si manifesta ora appieno. L'uso delle pietre ora
cambia: se prima rappresentavano le isole immortali taoiste,
ora divengono simbolo di isole rappresentanti una tartaruga
o un airone, animali cari ai giapponesi, simbolo di longevità.
Nel "Giardino d'Acqua" (Rinsen) dell'epoca Heian, così
chiamato per l'abbondanza di tale elemento, gli edifici Shinden
arrivano ad affacciarsi direttamente sul lago, per far sì
che la natura compenetri profondamente la vita quotidiana,
in armonia ai concetti allora dominanti del Mono no Aware
e del Miyabi. Accanto alle indicazioni che ci fornisce il
Sakuteiki, il manuale di giardinaggio dettagliatamente
compilato sul finire dell'Epoca Heian, un'altra importante
fonte per noi sui giardini di quel periodo è data dalle brillanti
descrizioni contenute nel "Genji Monogatari",
il primo romanzo epico della storia dell'umanità, compilato
intorno all'anno 1000 da una cortigiana di nome Murasaki
Shikibu. Dalle pagine di questo romanzo si evince che
nei giardini Heian non mancavano i fiori, presenti in gran
numero per rallegrare l'atmosfera, di modo che fosse abbastanza
gioiosa per la società nobile, che spesso si dilettava a compiere
gite in barca per potere ammirare il giardino da nuove angolazioni.
Il giardino d'acqua aveva dunque un lago che produceva una
sensazione di riposo nell'ambiente circostante, regalandoai
suoi ospiti generose offerte di suoni, profumi e colori. Nel
giardino i cortigiani godevano il cambio delle stagioni, organizzando
feste con concerti e gare di poesia: ad esempio, in coincidenza
con la fioritura dei ciliegi, si divertivano ad abbandonare
sullo Yarimizu, il ruscello, delle ciotole ripiene del tradizionale
liquore di riso, il sakè, dovendo poi completare una poesia
prima che la ciotola raggiungesse la meta prestabilita.
Lo stile dei giardini Heian celebra un potere imperiale ormai
privo della sua autorità politica, più preoccupato della ricerca
di raffinati piaceri che della meditazione contemplativa della
natura. Esempi di impianto del giardino d'acqua si possono
ancora rintracciare nei lineamenti dell'area sottostante il
giardino Zen del Ryoan-ji e sui luoghi dove erano state edificate
le grandi ville private dell'aristocrazia di Kyoto e dintorni.
Attorno al XI secolo gli aristocratici, sempre più deboli
nel loro potere politico, cercarono rifugio nel buddismo Amidista,
già presente in Giappone dal VII secolo. Tale dottrina prometteva
la salvezza nella "Terra Pura" del Buddha Amida in cambio
di una sincera invocazione. L'instabilità del periodo e la
semplicità della dottrina fecero guadagnare all'amidismo molti
proseliti, soprattutto tra le classi nobili. Alla luce di
tali fatti si capisce perché i giardini della tarda Epoca
Heian non siano più un luogo fatto per coltivare il bello
e le arti, per la ricerca di raffinati piaceri, bensì tenteranno
di essere una riproduzione del paradiso amidista. Come il
giardino d'acqua, anche il giardino paradisiaco contiene delle
composizioni vegetali e minerali, un laghetto e delle isole,
ma l'unità di scena dei paesaggi pastorali tipica del primo
diviene ora un complesso di varie parti che rappresentano
gli elementi del paradiso di Amida. A differenza del giardino
della prima Epoca Heian, che andava ammirato in una veduta
d'insieme dall' abitazione o dalla barca, la nuova tipologia
di giardino, essendo esso settoriale, va percorsa a piedi,
sperimentata come una serie di eventi. Una ulteriore differenza
consiste nella funzione del giardino, precedentemente teatro
di avvenimenti festosi e concorsi artistici, in seguito ambiente
immaginario originato da una fede religiosa. Ne è un esempio
il Byodo-in, situato a Uji, nei pressi di Kyoto, con
la magnifica Sala della Fenice, che fronteggia
un laghetto tranquillo. Le connotazioni distintive del giardinaggio
religioso da quello profano non sono sempre chiaramente evidenti,
ma anzi i movimenti storici portano a mescolanza e sovrapposizioni,
dovute spesso al cambio da giardino religioso a residenza
privata, o viceversa.
L'Età Feudale
L'indebolimento
della classe nobiliare della tarda Epoca Heian è concomitante
con la crescente presa di potere da parte della classe guerriera,
che vede stabilirsi il nuovo centro del potere miltare e politico
a Kamakura, da cui viene il nome dell'epoca successiva
(1192-1338 ). Le famiglie dei Samurai, sebbene non potessero
competere con l'autorità imperiale, erano tuttavia alla ricerca
di una propria identità. La pulsione spirituale dei Samurai
trovò il giusto sfogo nella scuola filosofico religiosa del
Buddismo Zen, che ben si adattava allo stile semplice, sobrio
e spartano della classe guerriera.
Diversamente dal Buddimo di Amida, lo Zen promette una soddisfazione
in questo mondo, in cambio però di una rigida applicazione
e disciplina mentale, riponendo fiducia nelle capacità meditative
dell'uomo. Il severo autocontrollo non poteva mancare di affascinare
i Samurai, essendo lo Zen lontano da complicazioni filosofiche.
In verità furono proprio i monaci Zen i maggiori depositari
della cultura cinese, specie della Cina dei Sung (960-1279),
innalzando il livello culture della classe militare. Nella
tarda epoca di Kamakura appare il testo intitolato "Ore
d'Ozio" di Yoshida Kenko (1283-1350), poeta di corte e
monaco Zen. Tale testo, che raccoglie aneddoti e riflessioni
esprimenti la mentalità dell'uomo medioevale, è improntato
agli ideali di Sabi e Yugen.
Tra i monaci che conciliarono la creatività artistica con
la dottrina Zen spicca tra gli altri Muso Soseki
(1276-1351), famoso tra l'altro per aver realizzato a
Kyoto il Saiho-ji, popolarmente conosciuto come
"Kokedera", il "Tempio del Muschio". Essendo un monaco
d'alto rango non avrebbe dovuto occuparsi di giardini, ma
a lui si devono il recupero dello stretto rapporto uomo-natura
che tanto sta a cuore ai giapponesi, oltre ad un gran numero
di innovazioni.
Il
giardino del Saiho-ji appare tutt'oggi diviso in due parti
distinte: una zona spaziosa contenente il laghetto attorno
al quale si svolgono piacevoli sentieri percorribili, immersi
tra la vegetazione, ed una zona dedicata al giardino secco,
tipica espressione della cultura Zen, in cui non esiste altro
elemento se non quello minerale: le rocce sono abilmente disposte
a simulare isole immerse in un mare di ghiaia, che lega perfettamente
con i sassi piani posti per praticare Zazen, la meditazione
seduta. Nella cascata arida, sussiste l'immancabile rappresentazione
del monte Sumeru. La contrapposizione di due ambienti tanto
differenti sembra suggerire da un lato il ricordo di un'atmosfera
giocosa, quale era quella tipica dell'Amidismo, dall'altro
una dimensione terrena un po' più disincantatamente realistica,
constatata dallo Zen.
L'utilizzo delle rocce vuole simboleggiare la forza della
resistenza all'acqua che scorre, tanto più violenta quanto
immaginaria, ispirata da un momento in cui l'unico sollievo
dalle guerre civili che dilaniavano il Paese era rappresentato
dall'ascetismo dello Zen.
Le rocce scelte da Muso Soseki nascondo una forte impronta
creativa, che viene tramutata per ottenere un intenso effetto
estetico. La presenza del muschio pare che non fosse inizialmente
prevista, ma che sia dovuta ad una scarsa manutenzione durante
il Periodo Meiji (1869-1911). La composizione del Giardino
voluta da Soseki, nominato dall'Imperatore Kokushi, ovvero
Maestro Nazionale, ebbe molti influssi sulle epoche successive,
tanto che lo Shogun Yoshimitsu (1358-1408), del Periodo
Muromachi (1338-1573) lo prese a modello per la
sua villa residenziale nei dintorni di Kyoto, dove ancora
oggi è possibile ammirare il Kinkakuji, il Padiglione D'Oro.
Nel Saiho-ji vennero inoltre costruiti dei padiglioni appositi
per la degustazione del The.
Il passaggio del potere nelle mani della famiglia Ashikaga,
che seppe tenerlo per oltre 200 anni, a partire dal 1336,
coincise con uno dei periodi più turbolenti della storia del
Giappone, a causa dello scisma della corte imperiale, distaccata
a Yoshino, dal potere militare a Kyoto. Ashikaga Yoshimitsu
ridiede relativa tranquillità al paese ponendo fine a tale
stato di cose nel 1392. Fu anche un grande cultore delle arti,
e si preoccupò di ristabilire i contatti con la Cina. Costruì
la sua villa, chiamata Kitayama, su di un luogo dove esisteva
già un giardino "paradiso", che egli risistemò, mantenendo
il lago e la composizione delle rocce simboliche, ma lo arricchì,
secondo gli insegnamenti del maestro Muso Soseki, di un Padiglione
per il The sulla collina, dove trovava posto anche il Giardino
di Pietre. Il lussuoso Padiglione del Kinkaku-ji,
per chiamarlo con il suo odierno nome, si affacciava sulle
acque del laghetto, incurante della miseria del tempo, ribadendo
il concetto di lusso aristocratico, retaggio dell'Epoca Heian,
e per la prima volta distaccandosi dallo stile Shinden, usato
per il primo piano ma non per quelli superiori. Anche il nipote
Ashikaga Yoshimasa, ottant'anni più tardi, prese il
Saiho-ji come modello per la sua villa, ora chiamata Ginkaku-ji,
Padiglione d'Argento, senza tuttavia tentare di emulare lo
sfarzo dell'antenato. Il luogo dove venne eretto il Ginkaku-ji,
detto Higashiyama, diede il nome a tutto il movimento artistico
successivo, collocato nella seconda metà dell'Epoca Muromachi,
che diede notevoli frutti nonostante la sanguinosa guerra
Onin (1467-77) provocata dai vari Daimyo che
volevano il potere, incuranti dello Shogun, più mecenate delle
arti che condottiero militare.
L'altra grande opera del maestro Soseki fu il giardino del
Tenryu-ji, che, con il suo lago senza isole e
le particolari sistemazioni delle rocce, segnò un importante
punto di passaggio: dal giardino vasto, creato per passeggiare
e divertirsi, al giardino più ridotto, ispirato da atti meditativi
o fideistici, adatto alla contemplazione. Il "Giardino Secco"
(Karesansui), sviluppatosi successivamente,
è un tipico esempio di tali condizioni: composto da rocce,
sabbia e pochissimi o nessun vegetale, è l'espressione più
tipica della semplicità, o addirittura del minimalismo tipico
dello Zen, e, rispetto al Karesansui del Periodo Heian, già
descritto nel Sakuteiki, si presenta più astratto e simbolico.
Lo Zen proibiva le copiature, richiedendo uno sforzo intellettivo
personale per trovare la realtà ultima delle cose e la comprensione
della natura del Buddha, quindi i Giardini Secchi divennero
il risultato della dimensione spirituale propria dell'artefice,
proteso nella comprensione della realtà attraverso il contatto
visivo con gli elementi più semplici della natura.
Se in precedenza l'elevata estensione
del giardino costringeva i creatori ad adattarsi alla precedente
conformazione e morfologia del terreno, ora l'area ridotta
consentiva di creare una conformazione autonoma, che finì
per divenire interamente piatta (Hiraniwa), voluta
per l'osservazione da un punto preferenziale della casa. La
rappresentazione rimane talvolta quella di un ambiente naturale
in scala ridottissima, in cui sopravvivono riferimenti religiosi,
talvolta invece è un ambiente astratto, reso incisivo dall'essenzialità
stessa dell'elemento minerale. L'assenza dell'acqua non è
assoluta, dato che viene rappresentata dalla ghiaia, rastrellata
a disegni che ne simulano il movimento e la luce, rendendo
le rocce delle isole. Dal punto di vista funzionale la mancanza
dell'acqua può essere data dall'oggettiva difficoltà che offre
un territorio così piccolo quando si voglia offrire l'illusione
di un paesaggio in grande scala, oltre che dall'effettiva
mancanza di un adeguato rifornimento idrico. Va anche considerato
che l'acqua avrebbe provocato la crescita di vegetali indesiderati.
Le recinzioni, di pietra o vegetali, che celavano i giardini
Zen al loro interno non offrivano pura distrazione estetica
all'osservatore, ma un paesaggio che richiedeva una mediazione
catartica, un certo sforzo intellettivo. La tranquillità interiore
che lo Zen prometteva attirò di conseguenza la classe guerriera,
avvezza all'autodisciplina, ma al contempo esasperata dalla
barbarie e dalle sanguinose lotte che dilaniavano il Paese.
Il giardino del Daisen-in venne fondato verso il 1500
dall'abate Zen Kogaku Soko come tempio minore
del grande complesso del Daitoku-ji, a nord di Kyoto.
E' uno spettacolare esempio di paesaggio in miniatura, ed
occupa una striscia di non più di tre metri di larghezza,
lungo i lati nord ed est della "sala degli ospiti". Va osservato
dall'interno della costruzione, ed il senso di lettura va
da sinistra verso destra: una piccola cascata secca si trasforma
in un torrente , che procedendo tra i sassi in direzione est
dà origine ad un tranquillo lago, in cui "galleggia" una piatta
nave di pietra, e non mancano le rocce simboleggianti le isole
della tartaruga e dell'airone.
Il cortile a sud è invece un tranquillo lago di sola sabbia,
l'unico l'elemento presente. E' comunque notevole l'impressione
che si ha di un grande paesaggio, ottenuto in uno spazio così
ristretto grazie al sapiente uso dei minerali e di pochi vegetali
potati ad arte. Il disegno del Daisen-in viene generalmente
attribuito allo stesso Kogaku, che lo volle probabilmente
per esercitarvi la meditazione Zen, in collaborazione con
Soami (1480-1525), pittore del tempo di una certa fama.
Va anche spesso menzionato che i monaci giardinieri, chiamati
Ishitate-So, si avvalevano spesso dalla manovalanza
di operai reclutati dal popolino, che si dedicavano alle mansioni
più umili, chiamati Kawaramono.
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Una
Veduta del Kinkakuji
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Un
esempio di Giardino Secco Zen
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Sovente però queste persone riuscivano a migliorare la loro
posizione sociale specializzandosi in mansioni più raffinate,
come il giardinaggio. Il giardino karesansui più famoso e
più visitato del Giappone è sicuramente il Ryoan-ji
di Kyoto. La storia di tale edificio è diversa da quella del
Daisen-in, essendo nato sul terreno di una villa di epoca
Heian, occupato da un giardino d'acqua che si trasformò in
un giardino "secco" di un tempio Zen solo dopo l'acquisto
del complesso da parte del capo militare Hosokawa Katsumoto.
Secondo le fonti a noi date l'aspetto di quel fazzoletto di
terra doveva essere ben diverso, dato che viene descritto
come ornato da ciliegi penduli, che alla loro morte vennero
eliminati, mentre fu mantenuta la disposizione delle rocce,
la cui bellezza era ora esaltata in primo piano. Si eresse
inoltre il muro di cinta per separare questo ambiente da quello
circostante. Assegnare la paternità di questo giardino è cosa
assai ardua: alcuni lo attribuiscono ai pittori Soami
e Sesshu, oltre che a vari monaci Zen, mentre è
certa la collaborazione di alcuni Kawaramono, dato che sono
state trovate le loro firme sulle pietre. La composizione
è formata da 15 rocce, disposte secondo uno schema di 5-7-3,
la cui forza e solidità, dimostrata dalla patina di muschio
che le ricopre, contrasta armoniosamente con la delicatezza
eterea del "mare" di sabbia che le circonda.
Si è ormai persa la rappresentazione veristica del paesaggio,
tipica dei giardini come il Daisen-in, a favore di un astrattismo
che pretende di abbracciare con la sua essenzialità la verità
profonda del cosmo intero. Si è tentato di dare numerose spiegazioni
della sistemazione delle rocce del Ryoan- ji: alcuni vedono
in esse una madre tigre che protegge i cuccioli dall'assalto
di un demone, altri un mare in cui affiorano salde le isole
della tradizione taoista, altri un cielo tra le cui nuvole
spuntano le cime dei monti.
Al di là delle varie interpretazioni rimane invece l'oggettiva
solidità delle rocce, disposte in armoniosa asimmetria (Utsuri),
che ripropongono all'infinito la loro tranquillità e la loro
sobrietà, in una eleganza che rifugge lo sfarzo. Se Kyoto
è la capitale incontrastata del gusto e dell'eleganza nipponica
del periodo medioevale, è pur vero che altre città tentarono
di rivaleggiare con essa per volere dei loro Daimyo: è ad
esempio il caso della famiglia Ouchi di Yamaguchi,
che commissionò il progetto del giardino del Joei-ji a Sesshu
Toyo, monaco Zen e famoso pittore monocromatico dell'epoca.
Sebbene il giardino del Joei-in possieda un laghetto con le
caratteristiche isole taoiste, a forma dell'ideogramma cinese
"cuore" ("kokoro" in giapponese), è assimilabile alla tipologia
del giardino secco, dove la sabbia è sostituita dal prato,
in cui sono sistemate ad arte delle rocce e dei cespugli tagliati
bassi che portano il nome di montagne famose (Karikomi).
Masahiro
Ouchi fece costruire nel giardino esterno uno Shoin,
la stanza dello studio per i monaci tipica dei templi medioevali.
Tale costruzione è importante perché segna il passaggio dallo
stile architettonico Shinden, tipico del periodo Heian, a
quello Shoin, appunto, che ha origine in epoca Muromachi.
L'abitazione Shoin è composta da locali suddivisi tra loro
da pannelli di legno dipinto (Fusuma), mentre è separata
dall'esterno da altri pannelli, composti però da un'intelaiatura
di legno e carta di riso traslucida, che lascia filtrare la
luce dall'esterno. Le stuoie per il pavimento non sono più
composte da piccoli pannelli mobili, ma sono ora un unico
pezzo che ricopre tutto il pavimento. Fulcro dell'intera abitazione
è il Tokonoma, una specie di reliquiario su cui vengono
esposti i tipici rotoli verticali di carta dipinti, (Kakemono),
o le composizioni floreali (Ikebana). Parallelamente
allo sviluppo architettonico, in quest'epoca assistiamo ad
un eccezionale sviluppo della cerimonia del The, che si avviava
a raggiungere una posizione di tutto rispetto nelle arti tradizionali
del Giappone medioevale.
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Il
karesansui del Ryoan Ji
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Il
Karesansui del Daisen In
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