Dal
tardo feudalesimo ai tempi premoderni
I travagli dell'Epoca Muromachi, anche se non avevano
impedito il fiorire delle arti e della cultura Higashiyama, avevano
indebolito tutte le famiglie dei Daimyo, impegnate nella lotta
per il potere. L'influenza dello Shogunato Ashikaga vacillava,
e conseguentemente vacillavano anche quei gruppi cui dava appoggio,
come il clero Zen.
Mentre la nobiltà di Kyoto cercava rifugio lontano dalla capitale,
nei distretti di periferia una nuova classe andava fortificando
il proprio potere: personalità militari che riuscirono a sopravvivere
organizzando entro le mura del proprio castello un esercito
di vassalli agguerriti.
Finalmente il Paese venne riunificato sotto la guida di Toyotomi
Hideyoshi (1536-98), che si fece erigere, quale emblema
della propria potenza, un castello sulla collina di Momoyama,
che diede nome a tutto il periodo che va dal 1568 al 1600. Venne
imitato da tutti i Daimyo che ne ebbero la possibilità, e quei
castelli divennero, oltre che custodi del potere politico, anche
culla di tutte le innovazioni culturali, stimolate anche dal
contatto con il mondo cristiano ad opera dei missionari portoghesi.
Alla ricchezza ed allo sfarzo delle pitture che adornavano i
castelli, oltre che alla loro stessa architettura, che si deve
la fama di periodo dorato che ebbe l'Epoca Momoyama. Tale sfarzo
provocò però al contempo come reazione l'amplificarsi della
semplicità elegante sostenuta dai cultori del The.
Il
maestro esteta Sen no Rikyu (1522-91) aveva fatto evolvere
la cerimonia del The in un rituale raffinato e complicato, sebbene
in apparenza molto umile (Wabicha), che richiedeva non
solo un locale di specifica architettura, ma anche la sistemazione
in un certo modo del giardino ad essa adiacente (Chaniwa),
nato inizialmente per essere osservato dalle finestre o dalla
veranda della sala della cerimonia, che non andava però disturbata
da un paesaggio troppo vistoso, richiedendo quindi un parco
uso di piante.
Sen
no Rikyu sostenne che la casa da the dovesse essere un piccolo
ambiente, chiuso, raccolto, per favorire al massimo la spiritualità
dell'evento. Tale regola però consentì una maggiore libertà
di sistemazione del giardino esterno, purché fosse progettato
in sintonia con l'atmosfera del luogo. Il giardino divenne quindi
poco più di un sentiero allungato dal cancello d'entrata alla
casa da the, (Chashitsu), passando per il locale d'incontro
e di attesa (Machiai), e prese il nome di Roji,
"Sentiero Rugiadoso".
Era disegnato per preparare psicologicamente gli ospiti, ad
entrare nel regno del the, lasciandosi alle spalle gli affanni
esterni. Lungo il percorso si susseguono spazi ristretti, che
non consentono prospettive profonde, ma solo corte visuali,
non suscitando una forte emotività. Se la parte iniziale del
giardino è volutamente rilassata, a mano a mano che ci si avvicina
alla casa del the si fa strada una sensazione di ordine che
spinge al raccoglimento mentale. La concentrazione della persona
è fondamentale, e quindi si aboliscono tutti i fiori e gli elementi
che possano in qualche modo distrarre l'ospite, preferendo l'austerità
e la continuità dei sempreverdi e del muschio.
Uniche eccezioni concesse sono un acero che con le sue foglie
colori di rosso l'autunno, o un susino che con la sua fioritura
annunci l'arrivo della primavera. La semplicità del giardino
esterno contribuisce inoltre a valorizzare le l'esposizione
dell'immancabile Ikebana, posto sul Tokonoma all'interno della
Casa del The.
L'introduzione del Roji segna l'ingresso nei giardini di nuovi
ed importanti elementi, che sono rimasti anche fino alla tradizione
odierna: fanno infatti la loro comparsa le pietre tagliate
per il pavimento, le lanterne di pietra, le vaschette
per sciacquarsi le mani e la bocca e talvolta una pagodina
o un pozzo.
Tali elementi hanno uno scopo sia decorativo che funzionale.
La grandezza dell'artista, una volta stabiliti gli elementi
del giardino, sarà quella di disporli in una combinazione che
risulti unica e geniale, senza copiare altri artisti o ripetersi.
Progressivamente la casa del the assume l'aspetto di un eremo
sperduto tra le montagne, immerso nella vegetazione selvatica,
con una simulazione che ne caratterizzerà lo spirito fino ai
giorni moderni.
Anche oggi nel Chaniwa le tonalità non sono mai sgargianti.
L'ambiente sottilmente dimesso crea una situazione ombrosa,
tranquilla, lontana dagli affanni e dal frastuono urbano, che
evoca il sentimento dell'antico, lasciando che il muschio ricopra
di morbide macchie le lanterne di pietra, sentimento dato dal
calore del contatto con il legno grezzo , creando una sensazione
d'insieme rustica, ma gentile.
Le piccole aperture che conducono all'interno della stanza della
cerimonia costringono il visitatore ad abbassarsi, mettendolo
in atteggiamento di umiltà, così come le basse vaschette di
pietra, indispensabile per accostarsi al significato della cerimonia
con lo spirito disposto nella giusta maniera.
All'interno dell'ambiente il collegamento con la natura non
è interrotto, ma prosegue attraverso i fiori disposti sul Tokonoma,
il contatto con i semplici materiali degli utensili del The,
i motivi floreali riportati sulle tazze e sul Kakemono.
La tradizione ed il gusto dei giardini del the si sono mantenuti,
sebbene modificati dall'evolversi del costume e delle mode,
fino al giorno d'oggi, identici nelle motivazioni originarie.
Anche oggi si possono trovare esempi di Roji tra i giardini
degli alberghi o presso le case di famosi maestri d'arte.
Tra le entità storiche di maggior valore artistico vanno evidenziati
, a Kyoto, i giardini del Koho-an, Juko-in, all'interno
del Daitoku-ji e quelli delle scuole d'arte del the Ura Senke
e Omote Senke, che si sono fatte carico dell'impegno
di tramandare gli insegnamenti del maestro Sen no Rikyu già
dal XVII secolo.
Numerosi giardini del The vengono attribuiti a Kobori Enshu
(1579-1647), grande personalità artistica del suo tempo, specie
nel campo dell'architettura e del giardinaggio. La sua creatività
giunse a rivoluzionare i dettami artistici ed i metodi di lavoro
ancora impiegati all'inizio del XVII secolo. Discendente da
una famiglia di Samurai destinato a divenire egli stesso un
Daimyo, aveva studiato profondamente la cultura Zen, per questo
fu chiamato a supervisionare i lavori di costruzione di numerosi
giardini e case del the, lavorando con un gruppo di parenti
ed affiliati che si attenevano scrupolosamente alle sue istruzioni.
Il suo metodo di lavorazione, spesso originalissimo, introdusse
negli elementi del giardino delle sorprendenti novità per il
tempo, come i Karikomi, gli arbusti tagliati in volumi
netti, ed i Kiriishi-bashi, i ponticelli ricavati in un'unica
pietra squadrata, o ancora le pavimentazioni in pietra costituita
da pietre tagliate artificialmente frammiste a pietre naturali.
La duttilità e la versatilità di questo maestro gli consentirono
di sintetizzare tutte le tipologie di giardino precedenti, in
uno stile che era in ogni caso nuovo e fresco, che spesso rivela
l'arditezza di discostarsi ampiamente dalle regole sottolineate
dai manuali. Si attribuisce generalmente proprio a Kobori Enshu,
o almeno alla sua supervisione dei lavori, lo spettacolare giardino
della Villa di Katsura, sita nella periferia sud-occidentale
di Kyoto, voluta dal principe Hachijo no Miya Toshihito.
Va
premesso che alla fine del XVII secolo lo shogunato dei Tokugawa,
la cui sede politicoamministrativa fu trasferita ad Edo, l'odierna
Tokyo, aveva portato al Giappone pacificato un lungo periodo
di prosperità, rimpinguando le casse della famiglia reale e
stimolando un intenso fervore costruttivo ed artistico. Appunto
con l'aiuto finanziario dello Shogun fu possibile costruire
il gioiello della Villa di Katsura, che fu completata
verso il 1659. Il giardino offre uno scenario superbo ed incantatore,
dove paesaggi marini si susseguono a paesaggi montani grazie
alla topografia appositamente disegnata, che rende le visuali
obbligate. Per ammirare tutte le meraviglie che l'ambiente offre
è indispensabile percorrere il sentiero che si snoda lungo il
lago, e tutte le sue diramazioni, che conducono ai quattro padiglioni
per il the, uno per ogni stagione e tutti in differente stile
architettonico, al tempietto ed alle altre piccole costruzioni,
sparse tra i boschetti e le radure punteggiate da fiori e da
innumerevoli lanterne in pietra. L'amore per i particolari traspare
dall'assoluta cura con cui sono rifiniti tutti i ponti, sia
in pietra che in legno, e nella varietà di fogge delle staccionate
e recinti di bamboo. Le pavimentazioni si presentano qui per
la prima volta in forma rigidamente geometrica, contribuendo
a donare all'ambiente un aspetto possente ma delicato al contempo,
dove vecchio e nuovo si miscelano e si completano in un'armonia
di contrasti, senza stridore alcuno. Quasi contemporanei alla
Villa di Katsura sono il Giardino Sento del Palazzo Imperiale
di Kyoto, anch'esso attribuito a Kobori Enshu, e quello della
Villa Shugaku-in, voluto come ritiro dall'Imperatore
Gomizuno-o.
Se la casata imperiale godeva di tanti vantaggi da far pensare
ad un ritorno di farti del periodo Heian, anche personaggi più
eminenti ed in vista della classe militare si fecero costruire
dei grandi castelli, il cui sfarzo ne esprimeva la forza alla
ricchezza raggiunte, quindi delle ville con larghi giardini
a testimonianza della loro posizione sociale.
Sono del periodo Edo, infatti, parecchi giardini appartenenti
a Daimyo che è il più potenti tra i loro vassalli, gli appartenenti
alle famiglie dei samurai, che con il crollo del feudalesimo
nel successivo periodo divennero dei parchi pubblici per la
loro estensione. Citiamo come esempi lo Skukkei-en ad
Hiroshima, e l'Okayama a Tokyo. Tutti questi giardini
prendono come modello quello della villa di Katsura, la cui
realizzazione coincise con un nuovo modello di giardino, denominato
"da passeggio" (Kayu-Shiki-Teien), che non solo consentiva
di muoversi entro i suoi ampi spazi, lungo il sentiero che costeggiava
il laghetto e le sue diramazioni che, come abbiamo già detto,
portavano a dì padiglioni per il the e ad altre costruzioni,
ma anzi esige il movimento dello spettatore per essere goduto
appieno.
La
sede di liste che appaiono all'improvviso dietro una curva stretta
o al culmine di una montagnola, sono la riproduzione fedele
- in miniatura - di famosi paesaggi nazionali, oppure di paesaggi
fittizi letterari cui il colto passeggiatore può fare riferimento,
come, ad esempio, le associazioni esistenti tra il giardino
del principe Genji, ed i giardini della villa di Katsura. Il
giardino "da passeggio" non è più luogo di preghiera, ne tantomeno
di meditazione come il giardino della casa del the, ma è concepito
per appagare uno spirito laico raffinato che aspira unicamente
all'approccio con gli elementi naturali per il divertimento
dei sensi. È evidente che una località panoramica particolarmente
bella all'effetto di valorizzare il potenziale estetico di un
giardino, ma esso risulterà tanto più bello quanto più si saprà
sfruttare il paesaggio naturale che lo circonda attraverso alcuni
accorgimenti, che si riassumono nel nome di tecnica dello "Shakkei",
traducibile più o meno come "paesaggio prestito". Lo studioso
Teiji Ito rende noto come lo stratagemma progettuale
dello Shakkei nei venisse utilizzato sin dal periodo Muromachi,
ma perfezionato solo recentemente, grazie anche a Kobori
Enshu, e riconosciuto nel XIX secolo con il nome attuale.
In effetti, sin dagli albori dell'arte del giardino, i maestri
giardinieri sapevano che il paesaggio andava "catturato vivo",
considerandolo come elemento dotato di vita propria, a parità
con acqua, rocce, vegetali.
Tuttavia, la tecnica dello Shakkei teorizza alcune regole fondamentali,
il cui scopo quello di trasformare una semplice visuale in un
quadro tridimensionale, suscettibile di variazione durante i
quattro periodi dell'anno, allargando i confini psicologici
del giardino, e quindi dello spettatore stesso, coinvolgendo
una più ampia realtà naturale.
Qualsiasi giardino può usufruire della tecnica del "paesaggio
in prestito", tranne il giardino da the, che lo rifiuta per
principio logico, a condizione che sussistano i mezzi tecnici
per realizzarlo, quali il cornicione, la veranda di una casa
o dei tronchi di alcuni alberi alti distanziati, o ancora un
muro o una siepe fitta con cui delimitare il ritaglio di panorama
naturale scelto, schermando invece le viste indesiderate.
Se il giardino da the esclude a priori la tecnica dell'arte
del "paesaggio in prestito", in quanto contraddice la funzione
fondamentale del Roji, che non deve concedere distrazioni, ne
fa invece ampio uso il giardino roccioso zen, per estendere
lo sguardo contemplativo, fungendo da intermediario tra il primo
piano e lo spunto. Pare che nello stesso giardino del Ryoan-ji,
il boschetto di pini che circonda il giardino secco, e che ora
lo esalta con il suo verde scuro, fosse in realtà tenuto, fino
agli inizi del 900, per incorniciare, insieme al cielo, la bella
collina Otokoyama, sita ad alcuni chilometri di distanza.
L'estensione e lo sfarzo di vegetazione e di bei particolari
dei giardini delle personalità militari del periodo Edo, fanno
pensare ai giardini di tipo paesistico "del paradiso di Amida"
del periodo Heian, dove però la dimensione naturale è diventata
protagonista, ed aperta al mondo esteriore. Questi nuovi giardini
da passeggio possiedono anche qualche punto in comune con il
Roji, se teniamo presente l'unico riferimento per passeggiare
che è il sentiero e il generoso utilizzo di pavimentazione,
mentre il gusto appare rinnovato nella creazione delle collinette
artificiali (Tsukiya-ma), arricchite dei cespugli potati
nella nuova foggia geometrica "a scatola".
Nel
primo periodo Edo, quindi, si assiste alla sintesi di tutte
le forme di giardinaggio precedenti, le quali non solo sussistano
contemporaneamente nel medesimo giardino, ma anche perché le
singole tecniche costruttive sono mantenute in parallelo, creando
nuovi giardini "secchi" e, soprattutto, a nuovi giardini del
the. Purtroppo, nella seconda parte del periodo Edo e negli
inizi del periodo successivo, l'Era Meiji (1868-1912), assistiamo
ad un calo della tensione creativa, a favore di una ripetitività
degli stili irrigiditi dalle consuetudini e degradati da una
mescolanza che non riescono ad ottenere l'armonioso contrasto
del periodo precedente.
Il
giardino moderno
La
fine dello Shogunato dei Tokugawa, e del periodo di isolamento
dell'arcipelago nipponico, già in fase di arsura all'arrivo
del commodoro Perry, avvenuto nel 1853, oltre che la
restaurazione dell'imperatore Meiji, avevano causato dei grandi
cambiamenti sociali, sebbene l'impronta tradizionale del Giappone
feudale non fosse stata cancellata.
Si andava però diffondendo un sentimento ammirato e curioso
per la civiltà occidentale, che ebbe e evidenti risvolti anche
nell'arte del giardino. Il desiderio di possedere i nuovi edifici
in stile occidentale, e la conseguente necessità di costruire
per essi dei giardini diversi da quelli tradizionali, spinse
i giapponesi a copiare modelli stranieri, anche se, nella più
pura tradizione nipponica, il gusto estetico d'oltremare non
venne mai adottato in modo né da sostituire integralmente ne
da prevalere su quello autoctono.
Si
trattò quindi, in quel primo in periodo, di una moda effimera,
il cui entusiasmo fu destinato a non lasciare quasi nessuna
eredità visibile oggi. Tuttavia, in riferimento ad alcuni esempi
prodotti nel periodo Meiji, si nota l'impiego dei fiori che
colorano il giardino fino a farlo risplendere di abbagliante
bellezza, solo per un breve momento stagionale, in una usanza
tipicamente occidentale.
Un esempio può essere il Santuario Meiji, a Tokio, risalente
agli ultimissimi anni del 1800, famoso per la fioritura di iris
nel mese di giugno. Di una delicatezza più dimessa ma più attraente
è il giardino dell'Hoshunin, nel complesso del Daitoku-ji
a Kyoto. Sempre a Kyoto si trova il grande giardino del Santuario
Heian, costruito nel 1895 dall'architetto Ogawa Jihei.
Questi, affermato disegnatore dei migliori giardini del periodo
Meiji e Taisho (1912-25), proseguì la tradizione del periodo
Edo, rifiutando di inserire però nei suoi progetti le miniature
ispirate a luoghi panoramici e storici reali.
Non disdegnò tuttavia di ricorrere all'espediente dello Shakkei
previsto da quello stile. Il temporaneo amore per i canoni occidentali
scatenò l'interesse per un tipo di giardinaggio amante della
praticità, degli effetti vistosi, delle linee artificiali, sviluppato
soprattutto nell'area di Tokyo.
Un tale tradimento dell'identità nazionale suscitò una reazione
avversa ai cambiamenti rivoluzionari, portando alla concretizzazione
di una forma estetica coerente con i canoni autoctoni. E' di
quel periodo infatti la nascita e la breve vita del "giardino
dei letterati" (Bunjinshiki), che doveva esprimere il
gusto semplice e sicuro degli intellettuali esperti di cerimonie
letteratura e pittura, fortemente ispirati alla raffinatezza
delle opere cinesi, che perseguivano un ideale di eleganza discreta
e tranquillo godimento dei particolari belli.
Già nel periodo Tokugawa, nella città di Nagasaki, si trovavano
gli insediamenti di portoghesi, olandesi e cinesi, la cui influenza
culturale riuscì a filtrare nella compagine nipponica. Dall'Impero
di Mezzo, appunto, veniva un gruppo di pittori la cui arte era
volta all'uso di colori smorzati e tratto morbido; da loro nacque
il movimento sinofilo Bunjin, che, come per la scuola
monocromatica di 4 secoli precedente, preferiva dipingere i
paesaggi del continente. Nel giardinaggio lo stile Bunjin teorizzava
la necessità di arredare con semplicità un piccolo spazio con
una o due rocce, un ciuffo di bambù, e qualche specie di fiore
per scandire il mutare delle stagioni.
Tale scelta, attenta alla bellezza di piccoli dettagli, rese
il corrispondente giardino inadatto a progetti di larga scala,
determinandone in vero la precoce scomparsa. L'interesse per
la cultura occidentale e la volontà di imitarlo anche artisticamente
spinsero i giapponesi dell'impero Taisho
(1912-25) a compiere numerosi viaggi in America e Europa, onde
conoscere le tecniche artistiche, quindi anche di giardinaggio,
assorbendo da ciascuno stile, sia esso europeo o americano,
gli insegnamenti più pertinenti e proficuamente adattabili alla
loro patria in via di modernizzazione. Dopo il confronto con
l'ovest assistiamo allo svilupparsi di una consapevolezza nuova
verso il giardinaggio, degno ora dell'appellativo di scienza,
tanto da sistematizzarne lo studio con l'apertura di scuole
teoriche e pratiche. Da tali istituti emerse sulla scena professionale
una nuova figura ben diversa dalla manovalanza, sebbene qualificata,
cui in passato era stata affidata la costruzione materiale del
giardino. A questi professionisti venne dato il nome di Niwashi.
Tra i promotori che nel XX secolo contribuirono all'elevazione
del giardinaggio come arte, il più fulgido esempio fu Shigemori
Mirei (1896-1975), il quale volse la sua vita al recupero
dei livelli artistici raggiunti dalla cultura nipponica del
passato. La sua formazione ebbe luogo presso l'Accademia delle
Belle Arti di Tokyo, che lo preparò anche alla cerimonia del
the e all'ikebana, affinando così in lui il gusto per il senso
estetico giapponese. Fondò a Kyoto la prima associazione per
il giardinaggio; si occupò della storia di quest'arte, oltre
alla ricerca scientifica e architettonica. Tra le sue opere
di costruzione ricordiamo il giardino dello Zuiho-in
a Kyoto e lo Shinishi-en all'ingresso del tempio Joei-ji
di Yamaguchi, una sua interpretazione moderna del giardino secco
zen. La tradizione del giardinaggio prosegue dunque fino ai
tempi moderni, diventando però consapevole del proprio intrinseco
valore, cumulato attraverso le varie fasi del suo sostrato storico.
Anche
il Giappone odierno prova una incantata meraviglia di fronte
alle proprie passate opere, e vuole mantenere l'arte acquisita,
pur reinterpretandola per le esigenze della realtà presente.
Su tali basi si colloca l'amore per il giardino privato, che
anche nelle soffocanti e tentacolari metropoli odierne sopravvive
come spazio irrinunciabile, fosse anche per la sola funzione
di allargare metafisicamente gli angusti spazi fisici ma anche
psicologici dell'uomo affannato dal materialismo imperante.
Questo piccolo angolo verde offre ai suoi ospiti l'occasione
del distacco dal caos urbano a favore di una rigeneratrice comunione
con la natura primigena. L'importanza del giardino situato nel
cortile delle case, detto Tsuboniwa, ha origini antiche,
come testimoniano le descrizioni riportate nel romanzo del principe
Genji, datato intorno all'anno 1000. Le abitazioni in stile
Shinden, infatti possedevano tra una costruzione e l'altra,
dei piccoli cortili di separazione tenuti a giardino dagli abitanti
delle stanze adiacenti.
Esempio classico è il giardino della Lespedeza nel palazzo imperiale
di Kyoto. La tradizione dello Tsuboniwa sopravvisse anche nell'età
feudale, come attestano i giardini interni alle residenze dei
monaci buddisti; dai siti religiosi i piccoli giardini si diffusero
anche in città, situandosi generalmente sul retro dell'abitazione,
in uno spazio cinto da un alto muro di argilla su tre lati e
dalla veranda della casa sul quarto lato.
Particolare riferimento va fatto per l'arredo dello Tsuboniwa,
che riflette il gusto individuale espresso dagli abitanti della
casa, non soggetto alle regole indicate nei manuali del tempo.
A partire dal periodo Momoyama lo Tsuboniwa risente fortemente
della cultura del the, che ne provoca il cambiamento morfologico
in base al rinnovato gusto. La pratica di bere il the trova
luogo nella stanza affacciata sul giardino, avvalendosi del
verde per ottenere un ambiente riposante e al contempo meditativo.
Il
giardino "del cortile" fa propri gli elementi tipici del Chaniwa
ovvero lanterne, pietre da passo e soprattutto le basse vaschette
contenenti l'acqua purificatrice. L'estensione, talvolta assai
esigua, non gli permette di emulare al meglio il Roji, da cui
si differenzia inoltre in quanto viene contemplato staticamente,
in posizione seduta dall'interno della casa. Al giorno d'oggi
la superficie riservata al giardino urbano è altamente limitata.
Tuttavia nello spazio concessogli si compie ogni sforzo possibile
per ricreare un ambiente quanto più piacevole, che dia l'illusione
della vastità grazie ad abili effetti prospettici: ad esempio
non si disporrà il gruppo roccioso addossandolo al muro di cinta,
ma ponendolo verso il centro in modo da aumentare le visuali.
Ciò che è fondamentale è il risultato globale, l'equilibrio,
ottenuto attraverso l'eliminazione degli eccessi di vegetazione,
garantendo invece la varietà di linee e tessiture, in modo da
non stancare mai lo sguardo.
La perfezione è poi raggiunta quando il giardino soddisfa non
solo lo spettatore situato al pianterreno, ma anche, quando
ne occorra il caso, chi è sito al secondo piano. Il giardino
moderno trova quindi svariate possibilità espressive derivandole
dalle precedenti tradizioni. Si nota ancora fortissima l'influenza
del giardino del the, che maggiormente realizza la di-mensione
di tanto anelata tranquillità; è vero anche che in quegli spazi
ridottissimi contornati dagli edifici trova l'idonea collocazione
il giardino di soli minerali. Se il privato deve accontentarsi
dello sgocciolio della fontanella di bambù e del piccolo specchio
d'acqua che il poco spazio gli consen-te, negli ambienti destinati
al grande pubblico è ancora possibile creare uno stagno sinuoso
dove guizzano grosse carpe bianche e rosse, e dove lo scroscio
di una cascata rallegri gli affannati sensi.
In conclusione la storia del giardino, fatta di continue evoluzioni,
concatenate in una linea ininterrotta, dimostra l'esigenza dello
spirito giapponese di non interrompere il rapporto con la natura:
a tale scopo può bastare una striscia di terra accanto all'uscio
di casa, una pianta ben accudita, una miniatura di giardino
(Hakoniwa) un paesaggio su un vassoio (Bonkei),
una foresta di alberi nanizzati (Bonsai) un fiore dentro
un vaso, poiché è sufficiente un piccolo accenno per ricordare
e talvolta enfatizzare una componente essenziale per la umana
felicità.